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Un’intervista a colori • Hervé Tullet

12 maggio 2026

In breve: In occasione dell’uscita del libro “Il bambino a colori”, il nuovo saggio di Hervé Tullet, incontriamo un artista che da oltre trent’anni ridefinisce i confini tra libro, gioco e performance. Illustratore, autore, sperimentatore instancabile, Tullet ha costruito un linguaggio universale fatto di punti, linee, scarabocchi, ritmo e gesto — un alfabeto visivo capace di parlare a neonati, bambini e adulti senza bisogno di traduzione. […]

In questo articolo

  1. Per qualcuno che vive su Marte e non ha mai sentito parlare di Hervé Tullet prima d’ora, come descriverebbe sé stesso?
  2. Questo è il suo primo libro autobiografico. Come è nato e perché ha deciso di scriverlo proprio ora?
  3. Nel libro condivide molti ricordi della sua infanzia, sia gioiosi sia dolorosi. Come si è sentito a mettere nero su bianco queste esperienze così personali a disposizione dei suoi lettori?
  4. Lei scrive “L’Enfant”, “Bambino” con la B maiuscola, quasi come un manifesto, e afferma che i bambini meritano un posto centrale nel mondo e che le loro creazioni — “un piccolo libro”, “un disegnino”, “un lavoretto” — non dovrebbero mai essere sminuite. Può approfondire questo pensiero?
  5. Il libro ripercorre il suo cammino verso il diventare artista — un artista straordinariamente umile. Lei afferma che la sua arte è ispirata dall’arte dei bambini, che considera la forma più pura di arte, e che è grazie a loro se è diventato artista. Ci racconta di più su questo aspetto?
  6. Nel libro parla dell’impatto positivo che i suoi tre figli hanno avuto sul suo processo creativo. Può condividere un esempio di storia o di esperienza creativa sviluppata con loro, seguendo il metodo narrativo descritto nel libro?
  7. Grandi autori come Leo Lionni, Bruno Munari, Maurice Sendak e Tomi Ungerer sono citati più volte nel suo libro. In che modo hanno influenzato il suo percorso artistico? Ci sono altri autori o illustratori contemporanei che la ispirano oggi?
  8. La sua arte — scarabocchio, punto, linea — raggiunge tutti, dai neonati agli adulti. Siamo tutti sullo stesso piano quando “leggiamo” i suoi libri. Perché pensa che alcuni adulti facciano fatica a “leggere” i suoi libri mentre i bambini no?
  9. Quali sono le sue speranze per questo libro nel suo arrivo al pubblico italiano? Che impatto vorrebbe che avesse su genitori, insegnanti, artisti e su tutti coloro che lavorano a stretto contatto con i bambini?
In occasione dell’uscita del libro “Il bambino a colori”, il nuovo saggio di Hervé Tullet, incontriamo un artista che da oltre trent’anni ridefinisce i confini tra libro, gioco e performance. Illustratore, autore, sperimentatore instancabile, Tullet ha costruito un linguaggio universale fatto di punti, linee, scarabocchi, ritmo e gesto — un alfabeto visivo capace di parlare a neonati, bambini e adulti senza bisogno di traduzione.
Con questo libro, però, qualcosa cambia. Per la prima volta Tullet prende direttamente la parola e racconta la propria storia personale, emozionando: un’infanzia difficile, senza la possibilità di esprimersi, il lungo percorso che lo ha condotto a trovare una voce — e a farne uno strumento di trasmissione. Il bambino a colori non è un’autobiografia in senso stretto, ma una riflessione profonda sull’origine del suo lavoro e sul senso stesso del creare per e con l’infanzia.
In questa intervista, Tullet racconta la genesi del libro, l’influenza dei figli sul suo percorso, il dialogo ideale con maestri come Bruno Munari, Leo Lionni, Maurice Sendak e la sua visione di un’arte che non si lascia rinchiudere nell’etichetta di “autore per bambini”.
Più che un bilancio, Il bambino a colori è un atto di resistenza gentile: un invito a restituire ai bambini spazio, voce e dignità creativa — e agli adulti la possibilità di rientrare nel gioco, sospendendo per un momento il bisogno di capire per lasciarsi, semplicemente, attraversare dall’esperienza. Ringraziamo tantissimo Pde Promozione e la casa editrice Il Saggiatore per averci dato l’opportunità di intervistare l’autore in occasione del lancio del suo nuovo libro in Italia. Trovate l’intervista anche sul sito https://www.pde.it/riviste/

Per qualcuno che vive su Marte e non ha mai sentito parlare di Hervé Tullet prima d’ora, come descriverebbe sé stesso?

«È una domanda che mi interessa molto, e sulla quale ho riflettuto a lungo», racconta. «Se qualcuno arrivasse da Marte e volesse conoscermi, non inizierei con una spiegazione teorica. Lo inviterei a fare un’esperienza con me. Probabilmente organizzerei una sorta di festa: disegneremmo, faremmo musica, giocheremmo con i colori e con le forme. Mi esprimerei attraverso la mia arte, perché è lì che mi si può davvero incontrare. Potrebbe restare un giorno, una settimana, il tempo di cui ha bisogno — anche un anno. Per conoscermi davvero, bisognerebbe vivere quell’esperienza. Mi sembra il modo migliore per presentarmi, perché così posso arrivare a tutti, indipendentemente dalla loro cultura o dalla lingua che parlano. Mi vedo un po’ come un direttore d’orchestra durante un concerto: non spiego, conduco. Parlo con le mani, con il disegno, con la musica, con il gesto. Le parole, in fondo, hanno sempre bisogno di essere tradotte; il segno, il ritmo, l’energia invece sono immediati, universali. È attraverso questa esperienza condivisa che si può davvero capire chi sono.»

Questo è il suo primo libro autobiografico. Come è nato e perché ha deciso di scriverlo proprio ora?

«In realtà non lo considero un libro autobiografico nel senso stretto del termine», precisa. «È un progetto a cui ho lavorato per moltissimo tempo, direi quindici o vent’anni. Ho accumulato testi, appunti, frammenti per raccontare la storia di un bambino che non aveva voce — e che, a poco a poco, l’ha trovata. Più che una semplice narrazione personale, il libro nasce dal desiderio di dare un senso al mio percorso e alla mia pratica artistica. Ho voluto spiegare come avviene la trasmissione nel mio lavoro, come sono passato dall’essere qualcuno che non riusciva a esprimersi a qualcuno che oggi parla, crea, condivide. Non è solo la mia storia: è l’esperienza universale di chi, a un certo punto, riesce a trovare la propria voce.» Il messaggio, sottolinea, è profondamente positivo: «Se quel bambino ce l’ha fatta, allora puoi farcela anche tu. Attraverso l’arte, attraverso i libri, è possibile trasformare il silenzio in espressione. È, un messaggio di speranza che voglio portare.»

Nel libro condivide molti ricordi della sua infanzia, sia gioiosi sia dolorosi. Come si è sentito a mettere nero su bianco queste esperienze così personali a disposizione dei suoi lettori?

«Per me la cosa più complicata è l’emozione», confessa. «Racconto degli anni lunghi e difficili, ma che appartengono al passato. Quando ho scritto il libro ho fatto molta attenzione a non ferire le persone che sono ancora qui, come mia madre.» Alla pubblicazione in Francia, alcuni lettori gli hanno raccontato di aver provato una profonda tristezza leggendo alcune pagine. «Ma io non sono tornato nel passato per essere triste», precisa. «Io scappo dalla tristezza. Ci sono tornato perché avevo bisogno di capire: perché faccio libri per bambini? Qual è il vero motivo? Perché sono così come sono con i miei figli?» Per lui, oggi, quel dolore è superato. Non si percepisce come un artista che “produce emozioni” intenzionalmente: «Non mi vedo come qualcuno che vuole emozionare gli altri. Io faccio lavorare gli altri. Quando lavoro con i bambini non lo faccio per commuoverli, ma per il lavoro in sé. Amo il ritmo, l’energia del fare insieme: andiamo, facciamo. È lì che mi sento a mio agio.» L’emozione, dice, arriva semmai alla fine, come conseguenza inattesa. «Io non mi concentro sull’emozione. E invece con questo libro ne ricevo tante. Questa parte è nuova per me, un po’ difficile — ma è anche molto bella.»

Lei scrive “L’Enfant”, “Bambino” con la B maiuscola, quasi come un manifesto, e afferma che i bambini meritano un posto centrale nel mondo e che le loro creazioni — “un piccolo libro”, “un disegnino”, “un lavoretto” — non dovrebbero mai essere sminuite. Può approfondire questo pensiero?

«Probabilmente in Italia questo argomento è meno risentito, io ho una visione globale. Viaggiando molto, vedo ancora tanti contesti in cui il bambino non ha una vera voce. Osservo come vengono usati anche i materiali che metto a disposizione agli insegnanti e non sempre condivido certi metodi. Si parla del bambino al diminutivo: il “disegnino”, la “piccola passeggiata”, il “lavoretto”. È uno sguardo riduttivo. In realtà il bambino è più grande di noi. È piccolo solo nelle dimensioni fisiche, ma è un universo incredibilmente vasto e noi abbiamo  tantissimo da apprendere dal bambino. Il mio lavoro è semplicemente questo: creare le condizioni perché possa parlare, perché possa esprimersi. Io mi considero un tramite tra il bambino e l’adulto. Attraverso i miei libri e i miei laboratori, provo a costruire un dialogo autentico: Offro una sorta di alfabeto per comprendere il bambino, per costruire insieme, per fare, per trascorrere tempo di qualità. Ma soprattutto per imparare da lui.»

Il libro ripercorre il suo cammino verso il diventare artista — un artista straordinariamente umile. Lei afferma che la sua arte è ispirata dall’arte dei bambini, che considera la forma più pura di arte, e che è grazie a loro se è diventato artista. Ci racconta di più su questo aspetto?

«È vero, è proprio così e sono preoccupato quando sento parlare continuamente di futuro», riflette. «Il futuro non è nostro: è dei bambini. Eppure spesso li trattiamo come se dovessero semplicemente adattarsi al nostro presente. Prova a esporre un problema a un bambino e guarda cosa succede. Troverà subito una soluzione, spesso sorprendente e giusta, perché non è ancora prigioniero delle nostre rigidità. Ciò che mi rattrista è la ristrettezza degli spazi che concediamo loro. Sono ambienti progettati per insegnare loro a diventare dei “soldatini” funzionali al mondo di oggi. Ma così finiscono per portare un peso enorme sulle spalle. Il mio lavoro, allora, si configura come un atto di resistenza gentile: restituire ai bambini uno spazio di libertà, dove possano pensare, creare e immaginare il mondo che verrà — non semplicemente adattarsi a quello che abbiamo costruito noi.

Nel libro parla dell’impatto positivo che i suoi tre figli hanno avuto sul suo processo creativo. Può condividere un esempio di storia o di esperienza creativa sviluppata con loro, seguendo il metodo narrativo descritto nel libro?

«Quando sono diventato padre, la mia vita professionale ha preso una direzione completamente nuova», racconta. «Ho lasciato il lavoro nella pubblicità per dedicarmi all’illustrazione. È stato un cambiamento radicale, nato grazie al mio primo figlio — che oggi lavora con me. Facciamo quasi tutto insieme. La paternità mi ha offerto qualcosa di essenziale: un contatto diretto e quotidiano con l’essere bambino. Vivere i propri figli, osservarli giocare tutto il giorno, è molto diverso dal incontrare i bambini solo a scuola o durante un laboratorio. A casa entri nel loro ritmo, nella loro logica, nel loro modo di abitare il mondo. Per me è stato un privilegio prezioso, un vero tesoro avere questa possibilità. Mi ha permesso di capire dall’interno cosa significa essere bambino, e questo ha trasformato profondamente il mio modo di creare.»

Grandi autori come Leo Lionni, Bruno Munari, Maurice Sendak e Tomi Ungerer sono citati più volte nel suo libro. In che modo hanno influenzato il suo percorso artistico? Ci sono altri autori o illustratori contemporanei che la ispirano oggi?

«Quando parlo di Maurice Sendak, Bruno Munari o Leo Lionni, lo faccio perché parlo dei classici — e, in fondo, perché ambisco a far parte anch’io di quel podio, ma la mia ispirazione più profonda non viene dai libri per l’infanzia. Le mie radici creative affondano altrove, mi nutro molto di arte contemporanea. Mi ispira la musica, la natura, la danza. Tutto può diventare materiale creativo. È il caso, ad esempio, de La danza delle mani: È nato in modo del tutto naturale. Mi interessa la danza, e a un certo punto la mano ha preso il sopravvento. Non è stato un progetto pensato a tavolino: la mano andava di qua, andava di là… poi sono diventate due mani. Da lì è emerso il libro. Per me, l’ispirazione consiste proprio in questo attraversamento di linguaggi. Mi interessa far entrare altri mondi nel mondo dell’infanzia — nei miei libri, nelle mostre. L’Expo ideale non è uno scarabocchio su una parete: è un momento di vita. In questa prospettiva, la mia arte è soprattutto uno spazio di relazione. Il mio lavoro offre la possibilità di un dialogo tra due persone. Non solo tra adulto e bambino, ma anche tra adulti, tra anziani e giovani. È un’arte che mette in connessione.»

La sua arte — scarabocchio, punto, linea — raggiunge tutti, dai neonati agli adulti. Siamo tutti sullo stesso piano quando “leggiamo” i suoi libri. Perché pensa che alcuni adulti facciano fatica a “leggere” i suoi libri mentre i bambini no?

«Ho notato che esiste un limite nell’adulto quando si tratta di esprimersi», racconta. «Capita che all’inizio di un mio laboratorio alcune persone mi dicano: “Non ho capito cosa fai”. Poi, dopo qualche ora, tornavano e mi dicevano: “Adesso ho capito”. Si vede un’evoluzione: persone che all’inizio non comprendevano nulla e che durante l’esperienza seguono il mio lavoro e lo comprendono. Un esempio emblematico è Turlututu. Quando andavo nelle scuole con Turlututu era un’esplosione. I bambini erano completamente coinvolti, entravano subito nel gioco. È un personaggio che non porto in giro da più di dieci anni, eppure è ancora qui, vivo. Con gli adulti, però, era diverso: Molti non capivano quel libro. I bambini erano totalmente presi, gli adulti invece esitavano, non volevano comprarlo. È lì che ho percepito con chiarezza questa distanza: il bambino accetta l’esperienza, l’adulto vuole prima comprenderla razionalmente.»

Quali sono le sue speranze per questo libro nel suo arrivo al pubblico italiano? Che impatto vorrebbe che avesse su genitori, insegnanti, artisti e su tutti coloro che lavorano a stretto contatto con i bambini?

«La prima risposta, paradossalmente, è che non ho alcuna speranza», dice sorridendo. «Come per tutti i miei libri, non vedevo l’ora di finirlo e pubblicarlo. Una volta uscito, il libro prende la sua strada. Non mi appartiene più.» Se c’è un augurio, aggiunge, è quasi circolare: «Spero solo che, se questo libro avrà una buona vita, possa tornare da me sotto forma di nuove esperienze, nuovi incontri, nuove storie da raccontare. Ma esiste anche una seconda risposta, più consapevole: Per la prima volta ho parlato direttamente. Ho dato la mia parola. Ed è la parola di un artista che afferma: non sono un autore per bambini, sono un artista. Non voglio essere rinchiuso in una categoria, perché desidero fare molto di più. In questo senso, l’Italia rappresenta per me un contesto particolare: Qui c’è Bruno Munari, che ha posto le basi di un pensiero libero tra arte e infanzia. Vivendo in Italia, sento continuamente pronunciare il suo nome. Ha aperto delle porte. In Francia sono considerato un autore per bambini; qui spero che si possa comprendere che il mio lavoro è fuori dal “quadrato” di quella categoria.»

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